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THE LAW OF THE REVERSAL OF TENDENCIES

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L'articolo 11 e la guerra

Contro la Guerra

Attualità dell'articolo 11

Il servizio civile nella Costituzione UE 1

Il servizio civile nella Costituzione UE 2

Kosovo, Iraq e articolo 11

 

 
n° 102 - febbraio   2003      .:Prima_Pagina:.  .:i Diesse:.   .:l'Ulivo:.   .:Internazionale:.   .:I libri:.   .:Lanterna_Magica:.   .:LeftShift:.   .:Il_Peggiorista:.   .:Musica:.  .:ricerca:.  


 

Inserto: articolo 11, la Carta e le armi
Non c'é alcun provincialismo nel difendere la Costituzione

Pietro Ingrao

Voglio partire da una domanda. Perché siamo qui stasera, in questo luogo della Camera dei deputati e del parlamento italiano? Noi pure così diversi per fede politica, formazione culturale, per storia personale e anche per età. E vengo a parlare in questa sala anch'io, così avanti negli anni, un vecchio che quasi lambisce i novant'anni? Che ci muove? Che ci allarma?
Ho innanzi a me il cartoncino che annuncia questo nostro incontro e ha in testa un nome e una frase. Cita l'articolo 11 della Costituzione, e l'affermazione densa e impegnativa che lo connota: "L'Italia ripudia la guerra".
C'è stato un momento in cui parve che quell'articolo fosse cancellato e superato. E a chi lo evocava veniva risposto che ormai l'impegno dell'Italia repubblicana nella guerra e nella pace era segnato da un altro codice, che era quello delle Nazioni unite. E anche il presidente della Camera, Pierferdinando Casini, sembrò aderire a questa lettura, che alla fine fatalmente sembrava allontanare (sbiadire e confinare nel passato) la Carta costituzionale, visto che si annullava quel suo punto cruciale, e - dico io - così significativo della volontà che muoveva quelli che chiamiamo a ragione i "Padri costituenti".
Davvero si poteva disporre così facilmente della Costituzione repubblicana? E come si poteva seppellire quel suo disposto sulla guerra? Queste parole non mi sono dettate da un disprezzo dell'Onu, semmai dalla convinzione che la Carta dell'Onu era segnata anch'essa dall'affermazione della pace. Non ci può essere contrasto tra le due Carte. Semmai, quel disposto costituzionale chiedeva un potere dell'Onu che fosse molto più ardito nella costruzione e nella difesa della pace.
Così è stato fino a un certo momento. Poi vennero la fine del Duemila e il discorso del presidente della Repubblica, che tornava a leggere quell'articolo 11 e il suo "no" alla guerra, anche se il presidente si affrettava a evocare subito "la partecipazione dell'Italia alle missioni per il mantenimento della pace e di lotta al terrorismo". Come a purgare quell'articolo 11 da un difetto di provincialismo. E invece quell'articolo da tutto nasce fuorché da una vicenda provinciale, figlio diretto come esso è della terribile esperienza di due guerre intercontinentali. E a quella tragica vicenda mondiale guardava chi l'aveva scritto.
E in verità ancora adesso, in questi mesi, ciò che ha portato alla ribalta quel dettato della Costituzione (resuscitandolo, forse) è un evento mondiale.
A trarre dall'ombra quel brano della Costituzione italiana è la nuova dottrina (e la pratica, temo) enunciata dal presidente americano e proclamata dinanzi al suo paese e al mondo: quella dottrina che afferma la necessità e la legittimità della "guerra preventiva", questa nuova codificazione del ricorso alle armi.
L'ultimo decennio del Novecento aveva visto già il ritorno e via via la "normalizzazione della guerra", più o meno depurata dalla sua violenza dall'aggiunta di quegli aggettivi - "giusta" o "santa" - che l'accompagnavano. Quasi nettata del suo sangue da una carica di eticismo, e in ogni modo assunta come momento "normale" dell'agire politico, e tuttavia pur sempre come ultima ratio, come conseguenza obbligata di un agire dell'avversario non altrimenti contenibile. Guerra normale che però ancora presupponeva una "prima mossa" dell'avversario.
Oggi, invece, dalla potenza americana viene assunto come criterio dell'azione armata l'agire prima, il ricorso preventivo alle armi, il precedere l'avversario. E davvero così diventa arduo definire dei criteri di legittimità. L'idea della guerra di difesa a cui tanto hanno fatto ricorso, nei secoli, le nazioni e gli imperi si rovescia nel suo contrario: l'attacco preventivo diventa il criterio di una strategia fatale e necessaria per governare l'irrequietezza del mondo. Questa a me sembra non solo una lettura agghiacciante del governo del mondo, ma anche un regalo inaspettato agli strateghi sanguinosi del terrorismo e che consente loro di giustificare dinanzi ai propri seguaci la loro cieca semina di morte. Finisce per essere una spinta ai capi disperati di Hamas a predicare ancora per dire agli adolescenti: "Questo è l'Occidente. Fatti kamikaze, non hai altra via".
Domando: di fronte a questo nuovo codice mondiale a che titolo potremmo dire al dittatore nord coreano "distruggi le tue atomiche"? Quando Stati, nazioni, popoli, si sentiranno esposti, in ogni momento, ai rischi dell'iniziativa preventiva del più forte?
La parola disarmo già era scomparsa dai cieli di questo pianeta. Adesso appare persino ridicola nel nuovo tempo della "guerra preventiva". Questo è il nuovo scenario. Che ha a che fare con il ripudio della guerra chiesto dall'articolo 11? Certo se ne può ricavare la conseguenza che quella Costituzione è morta, ma anche la Carta dell'Onu va in polvere se avanza la "guerra preventiva". O almeno diventa difficile alzare la bandiera dell'Onu e tacere sulla "guerra preventiva" di Bush.
Il parlamento italiano, se non erro, ha discusso in plenaria sulla vicenda irachena il 25 e 26 di settembre 2002. Vedo che gli ispettori delle Nazioni unite in Iraq chiedono tempo. Ma intanto verso quel fatale Medio oriente già si muovono flotte ed eserciti. E siamo ormai - ci dice il presidente americano - nell'era della possibile "guerra preventiva", anche rispetto alle conclusioni degli ispettori Onu.
Ho lavorato a lungo nella Camera dei deputati. In ore tristi e in ore liete. Quel compito di rappresentare la nazione mi appassionava. Adesso sento la responsabilità grande che pesa su di voi - deputati del popolo italiano - nel grave frangente che attraversa il mondo. Dinanzi a voi, deputati e senatori di questo paese stanno domande ineludibili: in fondo, su di voi pesa il compito di appurare se regge ancora e ha valore la nostra Costituzione, e anche di vagliare quanto la nazione italiana può incidere sulle decisioni delicatissime che attendono il giovane parlamento europeo. Quando, se non ora, c'è bisogno che il parlamento italiano si raduni per dirci a che punto siamo?
Diciamoci la verità: c'è chi considera ormai un pesante ingombro queste assemblee, questi luoghi della rappresentanza di fronte al nuovo potere dei Capi, nel tempo nuovo della "guerra preventiva" e dei nuovi disegni imperiali. Non io, né altri la pensiamo così. Anzi crediamo ancora alla rappresentanza larga. E pensiamo che sulla guerra e sulla pace debba parlare e pesare la larga rete delle assemblee: dai Comuni, alle Province, alle Regioni.
Si parla molto oggi di federalismo e del ruolo delle Regioni come soggetti politici attivi. C'è una grande tradizione comunale in questo paese, ci sono tante città simbolo. Tanta parte del loro destino è legata alla pace e alla guerra. Che vengano da voi a Roma, e vi dicano i loro timori e speranze. Quando, se non ora devono, venire ad incontrarvi? Se non in questa vigilia, in cui si decide sulla pace o sulla fortuna o meno della nuova "guerra preventiva" e tutti temiamo che in Iraq torni il vento aspro della guerra.
Un'ultima riflessione voglio dedicarla alla tradizione del pacifismo in Italia, esperienza all'avanguardia in Europa e nel mondo. E' possibile individuare due filoni in questa storia: quello cristiano e quello operaio, che si sono intrecciati e congiunti (si pensi all'esperienza della Marcia della pace Perugia-Assisi). Questo pacifismo ha bisogno oggi di rivendicare con maggiore orgoglio la sua storia a livello europeo. Dobbiamo imparare a costruire l'unità nella differenza. Sono a disagio nel vedere lo schieramento delle forze democratiche troppo frantumato di fronte all'urgenza del momento.
Queste sono le domande. Guardando ad esse si chiarisce se la Costituzione, in nome della quale giura il presidente della Repubblica è consumata, o ancora vive e ha un domani la sua grande domanda di pace. Che verità hanno quelle parole così asciutte: "L'Italia ripudia la guerra".

 

 
aprile
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284 The means to real peace. -

No government nowadays admits that it maintains an army so as to satisfy occasional thirsts for conquest; the army is supposed to be for defence. That morality which sanctions self-protection is called upon to be its advocate. But that means to reserve morality to oneself and to accuse one‘s neighbour of immorality, since he has to be thought of as ready for aggression and conquest if our own state is obliged to take thought of means of self-defence; moreover, when our neighbour denies any thirst for aggression just as heatedly as our State does, and protests that he too maintains an army only for reasons of legitimate self-defence, our declaration of why we require an army declares our neighbour a hypocrite and cunning criminal who would be only too happy to pounce upon a harmless and unprepared victim and subdue him without a struggle. This is how all states now confront one another: they presuppose an evil disposition in their neighbour and a benevolent disposition in themselves. This presupposition, however, is a piece of inhumanity as bad as, if not worse than, a war would be; indeed, fundamentally it already constitutes an invitation to and cause of wars, because, as aforesaid, it imputes immorality to one‘s neighbour and thereby seems to provoke hostility and hostile acts on his part. The doctrine of the army as a means of self-defence must be renounced just as completely as the thirst for conquest. And perhaps there will come a great day on which a nation distinguished for wars and victories and for the highest development of military discipline and thinking, and accustomed to making the heaviest sacrifices on behalf of these things, will cry of its own free will: ,we shall shatter the sword‘ - and demolish its entire military machine down to its last foundations. To disarm while being the best armed, out of anelevation of sensibility - that is the means to real peace, which must always rest on a disposition for peace: whereas the so-called armed peace such as now parades about in every country is a disposition to fractiousness which trusts neither itself nor its neighbour and fails to lay down its arms half out of hatred, half out of fear. Better to perish than to hate and fear, and twofold better to perish than to make oneself hated and feared - this must one day become the supreme maxim of every individual state! - As is well known, our liberal representatives of the people lack the time to reflect on the nature of man: otherwise they would know that they labour in vain when they work for a ,gradual reduction of the military burden‘. On the contrary, it is only when this kind of distress is at its greatest that the only kind of god that can help here will be closest at hand.  The tree of the glory of war can be destroyed only at a single stroke, by a lightning-bolt: lightning, however, as you well know, comes out of a cloud and from on high. (R.J. Hollingdale, transl., Human, All Too Human. A Book for Free Spirits, Cambridge Texts in the History of Philosophy (1996), pp. 380-81)

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